Racconti e poesie

Palau del mar
Palau del mare(Palau marina 1943 sfollati maddalenini attendono il treno)

Un treno parte lento
su piccoli binari
a un passo dalla riva
a Palau del mar.

Porta con se vapore
di salsedine e elicriso
e tracce quasi di sorriso
scordate in terza classe.

Come un bagaglio a mano
da umanità dispersa
di profughi al confine
tra le rotaie e il mare.

Ora è tempo di partire
la mia stazione è vuota
quadri sbiaditi alle pareti
contorni ormai sfumati ma

lascio il deserto fuori
qui sento ancora il suono
di parole d’amore
soffiate a ogni partenza
confuse tra vertigini di tempo

ed infiniti abbracci, capaci
di arginare ogni distanza,
e deragliare lacrime
a un passo dalla riva
a Palau del mar.

Un racconto per riflettere su quanto sia labile il confine tra la realtà e l’immaginifico…
Dietro quella collina la corriera aveva come un sussulto, dopo ore di lande già steppose nelle pianure senza gioia di Cagliari, appena ravvivate da piccoli alberi di perette selvatiche, si apriva all’improvviso la valle del Cedrino, ancora verde e profumata di agrumi, in quella serata un po’ brumosa di maggio.

Il riverbero del sole delle sei del pomeriggio illuminava quelle case in trachite e arenaria e sorrideva ancora nei cortili chiusi dai portali poveri e austeri.

Da bambina ero io che portavo il latte appena munto alle donne del vicinato; mio padre riempiva con cura quei piccoli fusti di alluminio che mi affidava con una carezza sulle mani.

Consuetudine che non avevo perso neanche quando rientravo i fine settimana da Nuoro dove frequentavo il liceo e poi, sempre più sporadicamente da Cagliari, dove studiavo all’università.

Pensavo fosse un modo per alleviare gli affanni dei miei che avevano le dita delle mani consumate dalla fatica ed il passo sempre più lento mentre la figlia arpeggiava veloci accordi di chitarra e aveva l’ incedere spedito delle ragazze di città.

Tzia Maria era una donnina minuta e senza tempo, vestita di nero da sempre e con i capelli raccolti dietro su muccaloro. Abitava in una casetta di una sola stanza alla quale si accedeva da un portale offeso dal tempo, che aveva sottratto buona parte di quello che cento anni prima doveva essere stato un portone sicuro.

Ma i vecchi non si curano più dei danni che il tempo fa alle cose né si lamentano troppo dei solchi che lascia sui loro visi, capaci ancora di un sorriso di gratitudine.

Mi accoglieva così e mentre posavo il contenitore sul tavolo mi accarezzava il viso, quasi a benedire la freschezza dei miei anni. Mi lasciava con un frutto tra le mani, in qualunque stagione, come in un rituale magico.

Quel pomeriggio di maggio tornavo a casa dei miei dopo alcuni mesi per preparare la mia tesi di laurea a novembre. La via mi sembrava più stretta, e i colori delle case più accesi, nonostante fosse quasi sera. Passando di fronte al portale di tzia Maria, la vidi in fondo al patio, sorridente davanti all’uscio di casa, e le andai incontro.

Teneva i lembi della vardetta arrotolati con entrambe le mani e mi accarezzava con lo sguardo mentre premurosa mi raccomandava – Tere’, dì a tua madre di non mandarmi più il latte, che intanto mi sta andando a male-.

Mentre mi avvicinavo per vedere cosa contenesse quella gonna rigonfia, cadde per terra una peretta selvatica, di quelle ancora crude a maggio. Feci per raccoglierla ma lei disse di lasciarla per terra perché era bacata, e la spostò coi piedi verso l’uscio di casa. “Guarda, prendi queste”, mi disse mostrando la gonna colma di quei frutti acerbi.

Arrivata a casa, per qualche giorno non avevo raccontato a mia madre di quell’incontro così strano con tzia Maria; avevo preferito riprendere l’antico ritmo della mia casa, della mia gente. Ma quel pomeriggio, davanti alla moka fumante delle quattro, raccontai di quanto mi aveva raccomandato tzia Maria a mia madre che sbiancando in volto mi disse: “Ma che vai dicendo, siamo a maggio e Maria è morta a febbraio! Sei sicura di ricordarla? È passato qualche tempo, tu confondi le persone!”

Scuotevo il capo, ero sicura di aver visto tzia Maria e di averci anche parlato, mentre mia madre frugava affannosamente negli anfratti della sua vardetta alla ricerca di un rosario con cui salmodiare preghiere a salvamento di anime di vivi e morti. Vedendola così agitata, la tranquillizzai dicendole che mi ero veramente sbagliata, avevo confuso le persone ed ero frastornata dal lungo viaggio. Ma le avevo mentito. Uscii di casa, attraversai velocemente l’isolato e raggiunto il portale di tzia Maria, trovai il patio spoglio, la finestra e la porta polverose, qua e la foglie appassite come in un luogo abbandonato da tempo.

Mama teniat rejone”- mia madre aveva ragione – pensai, quasi a convincermi di aver sognato, ma continuavo a mentire. Sull’ uscio di casa c’era ancora quella piccola pera selvatica che tzia Maria mia aveva detto di lasciar stare perché troppo bacata…

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