Recensioni e presentazioni

GARIBALDI CANTA CAPRERA
Garibaldi canta Caprera-1
Garibaldi, dopo il generale, il marinaio, lo scrittore, l’agricoltore, il parlamentare, l’astronomo, l’innamorato, il politico e altro ancora, si scoprono oggi, dopo che su migliaia di testi si è tanto scritto per decenni, aspetti della personalità del Bisnonno che sembrano sconosciuti ai più. Anzi se ne sta approfondendo la conoscenza con la scoperta di nuove fonti di archivio che ne rilevano aspetti che prima sfuggivano. E il mito, invece che scomparire, cresce, in tutta Italia e non solo.

E più si va a fondo per conoscerne la personalità, più si comprende quanto grande sia stato quest’uomo. Amava la vita, aveva necessità di vivere in armonia con se stesso, con gli altri, chiunque egli fosse, con tutto il Creato. Ed era dotato di diverse virtù: pochi possono immaginare che a Garibaldi piacesse ascoltare la musica, o che sapesse cantare e con che bella voce!

Oggi un regalo, al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, arriva da questo lavoro ideato dalla Soprintendenza BAPSAE di Sassari e Nuoro, curato e realizzato dal musicista Sandro Fresi dell’Associazione Culturale “Iskeliu”, che porta alla luce, o meglio all’udito di tutti noi, addirittura le musiche suonate o cantate in casa Garibaldi a Caprera, facendo entrare, di fatto, in quello che spesso era il clima in famiglia e tra gli amici, intorno a Garibaldi, anzi con lui al centro, nella sua amatissima isola.

Se da una parte l’isola era la “base operativa” da cui partire o ritornare per le sue leggendarie imprese, dove l’uomo, conosciuto come un combattente invincibile per mare e per terra, Caprera era anche l’isola dove vivere e nutrirsi degli affetti familiari. A Caprera liberava quella parte di sé che assecondava il piacere di cantare con voce “dolce e melodiosa”, e con tale passione da coinvolgere chi gli era accanto in un clima festoso e ricco di emozioni. Cosi mi raccontava zia Clelia, l’ultima sua figlia con la quale, da piccolo, ho potuto parlare spesso.

Sì, perché le musiche che ascoltava o quello che cantava, o i balli preferiti con Teresita, erano spesso o travolgenti walzer o riportavano a importanti questioni di fondo, umane, sociali e politiche, come quando si suonavano o cantavano pezzi importanti di Verdi o di Donizetti, di Rossini o Bellini. E per suonare il bisnonno si era ben attrezzato, con strumenti fatti venire anche da lontano, e sappiamo che in quanto a strumenti innovativi, non solo musicali, fosse un ben attento osservatore. A Caprera, dove il mito e la leggenda Garibaldi diventano realtà, l’integrazione della sua personalità plasmata dal lungo e faticoso rapporto con la terra e con il mare, con i ritmi vincenti della natura, crearono quell’armonia che diede tanta forza all’Uomo, che nei ritmi stessi della musica, poteva trovare ancora un completamento alla sua personalità ricca, creativa, generosa”.

Giuseppe Garibaldi
conservatore Onorario del Compendio “Casa Garibaldi” in Caprera
direttore Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”

Sandro Fresi 2
Quante suggestioni può suscitare il suono di quelle piccole ance a manovella che attendono pazienti, certe di un tuo sorriso di stupore, un disco di cartone che al soffio di un mantice sprigiona come per incanto musiche senza tempo!

Melodie scelte con tutto l’amore per l’arte, lo si percepisce dall’accurata selezione, tappeti sonori su cui poter cantare e danzare nelle lunghe sere d’inverno nell’arcipelago o nel patio profumato da una incipiente primavera.

La stessa che ha portato sull’isola il giovane soldato-musicista di Nizza che ci ha lasciato la prima traccia di questo album o ispirato gli autori dell’inno del Generale, qui affidato al suono degli archi su cui poggia il canto di una giovane donna.

E poiché questo, oltre lo straordinario valore documentale, è un magico diario di bordo sonoro, fatto con umiltà e la stessa paziente dedizione di chi ha tessuto le trame della sua camicia rossa, l’ultima traccia è affidata agli strumenti di Iskeliu con un adattamento dello scottisch, la danza popolare più diffusa in Gallura. Terra tanto amata, ultima meta; approdo anche interiore, davanti a un luminoso bagnasciuga”.
Sandro Fresi
musicista libero ricercatore

Intervento di manutenzione e restauro.
“L’ARISTON 24, note del Compendio Garibaldino di Caprera, si presenta come una scatola lignea sopra alla quale ruota un disco di cartone forato, intercambiabile, con una durata del brano musicale di circa 35/40 secondi, corrispondenti a 59 giri di manovella. Questa aziona la rotazione del disco musicato e, al contempo, movimenta in modo alternativo i due mantici che producono l’aria necessaria.

Prima dell’intervento presentava scollamenti, indurimenti, lacerazioni e lacune nelle parti in pelle, con imbarcamenti, piccole rotture e distacchi nelle strutture lignee e ossidazioni su quelle metalliche.

Le operazioni di restauro hanno comportato la disinfestazione e il consolidamento ligneo della cassa e di tutte le strutture portanti e funzionali.

Nei mantici, come per le valvole di ritegno, il bordo superiore della cassa, i ventilabri e tutte le cerniere e guarnizioni, sono state rimossi e sostituite le parti in pelle non più idonee. Sulle parti metalliche si è proceduto solo a un’accurata pulitura, oliatura e calibratura del sistema di lettura e apertura dei ventilabri. È stato mantenuto il corista trovato, che è risultato pari a 445 Hz”.
Pietro Usai
restauratore, conservatore, direttore

Garibaldi, la musica e il suo organetto.
“L’organetto di Barberia di marca “Ariston”, appartenuto a Giuseppe Garibaldi, a suo tempo risultava uno degli strumenti a manovella dalle dimensioni molto ridotte, ma nonostante ciò, grazie alla raffinata tecnologia della quale si componeva poteva produrre una larga gamma di combinazioni sonore, in virtù di una scala musicale composta da 24 note.

Questi organetti erano stati concepiti dall’inventore Giovanni Barbieri, da cui l’appellativo “ di Barberia”, per poter riprodurre vari brani musicali in qualsiasi ambiente, sia chiuso che aperto, per mezzo di vere e proprie partiture sonore di forma circolare. Infatti, gli organetti “Ariston” suonavano per mezzo di dischi in cartone pressato e perforato, dal diametro di 33 cm, posti in commercio dalla ditta “Ehrlich”.

Attualmente la collezione dei dischi originali conservata in Casa Garibaldi ammonta a 52 titoli, più una copia dell’Inno di Garibaldi nella versione del musicista Luigi Truzzi, donata dall’Associazione Italiana Musica Meccanica nel 2004. Ciascun supporto reca, in posizione centrale, delle iscrizioni che attestano il titolo del brano, il nome dell’autore e un numero di catalogo riferito alla produzione editoriale. Queste scritte sono stampate con inchiostro nero sul cartoncino dello stesso supporto di colore beige, e sono particolarmente curate e abbellite da ornamenti grafici. La maggior parte dei titoli risulta essere scritta in tre diverse lingue: italiano, francese, tedesco; oppure: francese, tedesco e inglese.

Sulla rete informatica si può facilmente reperire il catalogo della storica casa “Ehrlich”, specializzata nella produzione dei dischi per organetto di Barberia, e si resta fortemente impressionati dalla vastità della musica proposta: dalle arie delle opere liriche più in voga, ai ritmi popolari quali valzer, mazurke, polke, quadriglie, ma anche canzoni, marce militari e inni patriottici. Sempre da un’esplorazione sul web risulta possibile trovare, sparsi per il mondo, molti collezionisti di strumenti meccanici e dei loro relativi supporti sonori.

I dischi di cartone rinvenuti in Casa Garibaldi comunque costituiscono un unico corpus culturale di rilevante interesse musicologico. La raccolta si compone per lo più di motivi ballabili, allora molto conosciuti, che verosimilmente rallegravano i numerosi incontri conviviali tenuti nell’isola.

In proposito Candido Augusto Vecchi, fedelissimo garibaldino e grande amico della famiglia dell’eroe, in un volume edito nel 1862 dal titolo “ Garibaldi a Caprera”, racconta le preziose memorie di un lungo soggiorno trascorso nella Casa bianca ancora in costruzione, e descrive di allegre cantate e accordi di pianoforte della figlia Teresita. Purtroppo però non si hanno fonti attendibili che documentino il Generale con l’ormai celebre strumento a manovella.

Da una rapida scorsa ai titoli contenuti nella raccolta dei dischi perforati spiccano: i cinque movimenti di quadriglia dei “Lancieri” di Maxime Alkan; numerosi valzer di Strass, padre e figlio, fra i quali il celeberrimo “ Sul Bel Danubio Blu” di Johann Strass figlio; composizioni di Emil Waldteufel, Oliver Metra e Charles Lecoq; e poi numerose polke e mazurke scritte da autori meno noti. Non mancano però brani di alto profilo artistico come il valzer de “La Traviata”, e il Misere de “Il Trovatore”, di Giuseppe Verdi, uno dei musicisti preferiti da Garibaldi; e “La Danza delle ore”, di Amilcare Ponchielli, dall’opera “ La Gioconda”.

Ma ovviamente in una collezione discografica non possono mancare le rarità, come l’unico scottisch di Romualdo Marenco, tratto dal balletto “Amor”, che fu rappresentato per la prima volta nel 1886 alla Scala di Milano”.

La musica di Garibaldi nell’era digitale.
“L’idea di salutare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia con un CD contenente le musiche di Garibaldi non consiste in un’opportunità estemporanea, pensata per rendere omaggio a un assoluto protagonista del nostro Risorgimento, bensì rientra in un preciso piano d’interventi di tutela e conservazione messo in atto dalla Soprintendenza sulla Casa-museo di Caprera.

Si è quindi accolta una proposta pervenuta dal noto musicista Sandro Fresi, nonché raffinato cultore dell’etnos musicale sardo-gallurese, consistente nel produrre il primo lavoro discografico di questo repertorio, incentrato sulla fedele riproduzione sonora dell’organetto “Ariston”, e una selezione dei dischi perforati di cartone che abbiamo appositamente registrato in una delle stanze del Compendio.

Questo lavoro discografico, prodotto in un periodo cruciale anche per questi ultimi supporti digitali, contiene sedici titoli tratti dalla collezione appartenuta al Generale e un’originale rilettura dell’Inno di Garibaldi, di Mercatini e Olivieri, proposta da Fresi e dai suoi musicisti.

Il disco si apre con una piccola sorpresa: uno straordinario brano eseguito dal gruppo nizzardo Coroudeberra, che eseguirà il brano “Nissa la bella”, composto da Menica Rondelli, musicista coevo e conterraneo dell’eroe, da sempre filo-garibaldino e amico di famiglia del Generale.

E poi non poteva certo mancare, in chiusura, uno scottis gallurese composto dallo stesso Fresi, quasi a voler sollecitare un confronto con lo scottisch di Romualdo Marengo, autentica perla della collezione garibaldina.

Fin dal primo ascolto di questo disco, per tanti versi straordinario, non si può che rimanere rapiti dalla struggente allegria che comunica la musica dell’organetto, che, sebbene provenga da un passato inconsapevolmente glorioso, si rivela gradevole come una fresca brezza “maestralina” di luglio”.
Antonio Luiu
demoetnoantropologo

“La Casa Bianca di Caprera, messa su da Giuseppe Garibaldi con le stesse mani che contribuirono a costruire l’Italia, è da sempre meta di visite ufficiali o private da parte delle Autorità dello Stato avvicendatesi nel tempo; ma ormai, da qualche decennio, si attesta come destinazione privilegiata da parte di un numero crescente di turisti e tantissimi studenti in gita scolastica, i quali appongono la loro firma nei registri del Compendio Garibaldino, desiderosi di addentrarsi nelle stanze e nei luoghi frequentati da uno degli eroi più celebrati della storia moderna.

Fin dal breve transito in traghetto, non si può rimanere indifferenti dalla bellezza dell’Arcipelago di La Maddalena, che chiama in appello gran parte dei nostri sensi: l’intenso odore di mare, mescolato alle essenze profumate della macchia mediterranea; i giochi di luce che, secondo le condizioni climatiche, esaltano o offuscano gli splendidi colori dell’acqua e della terra.

Vien da pensare che Garibaldi, uomo d’azione ma anche di pensiero, l’avesse vista giusta a stabilirsi nella piccola isola del Tirreno, posta a poca distanza dalle coste meridionali francesi: ove egli nacque e divenne uomo; nonché dal Piemonte e dalla Liguria: teatri delle più importanti vicende garibaldine e del Risorgimento italiano.

Ma, curiosando in Casa Garibaldi fra una moltitudine di oggetti: abiti, cimeli, armi, mobili, attrezzi da lavoro e mirabilie di ogni genere accumulate dallo stesso Generale e, post mortem, dai numerosi componenti della famiglia, scorgiamo diversi strumenti musicali: un piano a cilindro, un pianoforte verticale e, infine, un piccolo organetto a manovella che, a prima vista, potrebbe sembrare un comune grammofono.

Scopriamo, dunque, che la musica era una delle più intime e ancorché meno conosciute passioni di Garibaldi, uomo profondamente calato del suo tempo; e, in omaggio alla sua sorprendente collezione di dischi di cartone forato, utilizzati dall’organetto meccanico, quale migliore opportunità per celebrare degnamente i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia qui a Caprera, al Compendio Garibaldino. Come Soprintendente ho accolto di buon grado quanto finora è stato fatto in merito alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio musicale della Casa-museo di Caprera, inizialmente dai funzionari: Wally Paris e Pietro Usai; e in seguito: da Laura Donati e Antonio Luiu. Con la proposta avanzata dall’Associazione Culturale “Iskeliu”, diretta da un musicista sensibile ed esperto di musica popolare come Sandro Fresi, si chiude un ciclo teso a salvaguardare e, nel contempo, a diffondere alcuni brani di questa straordinaria discografia, che raccoglie autori e titoli particolarmente popolari nell’ottocento, e hanno rallegrato il Generale Garibaldi, gli amici e tutta la famiglia durante gli attesi soggiorni trascorsi nell’isola di Caprera.

Un buon ascolto.
Gabriele Tola
ingegnere, soprintendente ad interim per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropogici per le Province di Sassari e Nuoro.

“La Casa museo di Giuseppe Garibaldi, un Luogo della Cultura sui generis gestito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, non conserva capolavori d’arte, ma raccoglie testimonianze tangibili degli aspetti più privati della vita dell’Eroe. Egli, da marinaio, divenne a Caprera agronomo e coltivatore, falegname, maniscalco, persino manovale. L’Isola è il luogo ove maggiormente emerge la vita intima di uno dei più significativi uomini pubblici italiani del XIX secolo. Al pari dei libri – ora ricollocati nella “casa di ferro” – delle fotografie, delle stampe, dei dipinti, da lui in vita gelosamente conservati, i dischi dell’organetto di Barberia ci consentono un’inedita incursione negli interessi culturali, nei gusti estetici di un uomo che, come spesso accade con i personaggi di tale rilievo, si rivelano comunissimi, ma non per questo banali.

La conservazione, seguita da una doverosa valorizzazione, è uno dei compiti principali di coloro che lavorano dentro o per un museo e hanno l’opportunità di avvicendarsi nella direzione. A tal proposito vorrei menzionare la collega Wally Paris, da qualche anno collocata in pensione, la quale per anni ha operato con puntualità e competenza nel ruolo di direttore scientifico del Compendio Garibaldino, affiancata dal restauratore Pietro Usai, e insieme hanno dato corso ai primi interventi di restauro dell’organetto di Barberia e del piano a cilindro. Questo lavoro invece si concentra principalmente sullaspetto immateriale dei beni rinvenuti in Casa Garibaldi a Caprera, cioè sulle musiche incise nei dischi di cartone forato, utilizzati dall’organettoAriston”. Si tratta di uno straordinario patrimonio culturale intangibile, veicolato da strutture materiali quali gli stessi supporti perforati e lorganetto meccanico. Questo lavoro di tutela ha avuto inizio circa due anni orsono, a cura del collega demoetnoantropolgo Antonio Luiu, che ha effettuato i riversamenti preliminari delle musiche prodotte dall’organetto e la trascrizione dei dati musicologici di ciascun titolo. E grazie a ciò sarà possibile riascoltare parte di queste musiche riprodotte su un diverso supporto: da dischi di cartone traforato a dischi in policarbonato. Da un lato, dunque, si procede alla conservazione materiale dei supporti in cartone con un restauro mirato della materia, dall’altro alla trasposizione dei contenuti su un supporto moderno per favorirne la diffusione e la conoscenza”.
Laura Donati
storica dell’arte e direttore scientifico del Compendio Garibaldino di Caprera

“La sconfinata bibliografia su uno degli eroi più amati della recente storia come Giuseppe Garibaldi, tracciata con toni epici fin dai giorni delle sue incredibili gesta, ha contribuito ad accrescere la figura mitica dell’eroe romantico ottocentesco.

Senza nulla togliere alla gloriosa immagine di incontrastato protagonista del Risorgimento italiano, che in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia è sempre più consolidata, rientra fra i nostri compiti l’onere e l’onore di entrare nelle più segrete stanze della sua casa-rifugio di Caprera per capire la vita semplice che conduceva. Un privilegio non da poco, che ci stimola, insieme al Soprintendente Gabriele Tola, al personale del Compendio Garibaldino, alla famiglia Garibaldi e a una ristretta cerchia di esperti che da anni collaborano con noi, a lavorare per custodire e diffondere le molteplici passioni di un uomo fortemente innamorato della vita in tutti i suoi aspetti.

Maneggiando con estrema cura la considerevole mole di oggetti appartenuti al Generale, possiamo dedurre che la musica costituisse una delle sue passioni più autentiche.

Egli, non poté dedicarsi allo studio sistematico di uno strumento musicale, in quanto scelse di condurre la vita avventurosa che tutti conosciamo, spinse tuttavia la figlia Teresita allo studio del pianoforte, lui si dedicò solamente, in età avanzata, a girare la manovella dell’organetto di barberia per sentire la musica dai dischi perforati, e immaginiamo che non si lasciasse certo pregare per entrare nei vortici delle danze in voga all’epoca, durante le frequenti riunioni in Casa Garibaldi.

Celebrare il 150° anniversario dell’Unità con una raccolta delle musiche predilette da Garibaldi sembra un originale e perfino allegro contributo per porgli il nostro omaggio”.
Maria Assunta Lorrai 
dirigente MiBAC
direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna

EMUSURA
Elmusura

“Elmusura esprime bene la personalità schiva e riservata di Sandro Fresi.

Da più di venti anni egli svolge uno studio serio e complesso sulla musica tradizionale della Sardegna e del Mediterraneo e lo fa da pioniere coraggioso e da studioso attento e pignolo.

Non lo si vede spessissimo nelle manifestazioni festivaliere sarde né tantomeno nelle trasmissioni televisive locali ma il suo lavoro segue da sempre un incessante cammino teso tra ricerca delle radici e l’individuazione di una via altra alla musica tradizionale.

Si potrebbe dire che questa sua riservatezza (rara al giorno d’oggi) sia quella che è intrinseca nel popolo gallurese.

Pur affacciandosi verso il mare questo conserva infatti un tratto austero e marcato come quel granito che ne disegna lo stupendo paesaggio rendendolo a volte aspro ma nello stesso tempo dolce e armonioso come le voci polifoniche di Aggius.

E se la dolcezza dell’idioma la si legge attraverso una parlata straordinariamente melodica è il terribile rogo di qualche anno fa a sottolinearne la durezza nascosta tra le rocce del Limbara.

Nel dipanarsi degli ascolti Elmusura dipinge paesaggi talvolta onirici e talvolta marcati dove le varie lingue (logudorese, gallurese, spagnolo, catalano e provenzale) sono i capitoli di un racconto che è complesso e ricco quanto il mondo sonoro di Fresi.

Questi non si limita a dipingere quadri sonori bucolicamente folcloristici – come spesso accade in questi ultimi decenni – ma usa un’estetica ricercata che è tesa alla costruzione di un mondo inesplorato.

La sua non è una natura morta. Perché per quanto questa possa essere bella alla vista è solo una fotografia statica mentre il lavoro di Sandro Fresi è invece in perenne movimento verso un luogo che neanche lui stesso conosce e che rimanda ad archetipi che sanno di conosciuto e ma che sfuggono ad una catalogazione che è solo sua e della sua poetica.

E lo fa con l’aiuto di Rosa Temprano, Shirin Demma e Paola Giua che divengono le voci di un viaggio/racconto che è ricco, mai scontato e scevro da sentimentalismi.

Il mélos è quello del Mediterraneo e la melodia naviga nei mari del sud senza mai approdare e alla perenne ricerca dei porti e dei venti.

Sono quelli che soffiano portando la bellezza e la spiritualità del suo Mediterraneo sardo dove la laicità dei versi ispirati ai mistici carmelitani Juan de la Cruz e S. Teresa de Jesus si mescolano le cantate medioevali su testi di pastori poeti dell’800 (Petru Alluttu) e di griot galluresi (Maria Multineddu) che dialogano con villancicos catalani del 1500 e con noël provenzali.

Il tutto con la complicità degli istrumentos a ventu delle isole di Sardegna e di Corsica e grazie ad una poesia leggermente declamata e mai imposta.

Elmusura, nell’idioma sardo-ispanico, significa bellezza. Questa è raffinatamente deposta nelle pagine di un’opera discografica che bene ne racconta, attraverso il suono delle lingue, delle melodie e delle voci, il volto più delicato e nascosto”.
Paolo Fresu
Parigi, aprile 2010

Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso,
tenho em mim todos os sonhos do mundo.

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo,
ho in me tutti i sogni del mondo.
Fernando Pessoa

ZIVULA
front zivula

“Soffiano ancora sulla nostra terra echi trovadorici nelle ballate di origine còrsa, sonorità catalane negli antichi moduli a chitarra dei mutti e le arie dei cèlti nei passi dello scottish.

Ma, come tutti i sardi, amiamo il suono continuo e sciamanico di benas e launeddas, la profondità tribale dei nostri tamburi di pelle di capra e le audacie tonali di voci aspre e delicate, di miele e di granito che da tempo incerto abbiamo imparato a memoria, chiuse in un piccolo cerchio o spavaldamente solitarie.

Da qui parte il nostro viaggio musicale, sogno e curiosità, rispetto della tradizione ma anche esigenza e orgoglio ‘di la janna abbalta’, della porta aperta, da sempre, al benefico flusso dei suoni del mediterraneo”.
Sandro Fresi

“Prima ancora che il mare, a unire Corsica e Sardegna nel punto in cui le rispettive montagne si guardano più da vicino è piuttosto l’aria. Non l’acqua, ma il vento che la increspa. Un’aria profumata dalle stesse erbe e respirata dalle stesse rocce, assorbita dai sugheri con i suoni che trasporta e i prodigi che ispira. Convogliata dalle stesse umane “aspirazioni” in arcaici manufatti (la stessa canna, tagliata e lavorata per ottenere strumenti diversi) che un millenario e inalterato uso creativo ha reso praticamente definitivi, impermeabili a qualsiasi ipotesi di aggiornamento tecnologico. Gli “aerofoni” della tradizione sardo-corsa (benas e launeddas, cialamedda e carramusa, pippioli, pivane, ziguleddi vari), che dell’aria mostrano la grana e rendono leggibile la voce. Aria che circola, proprio come il canto. Aria scaraventata nell’aria. Melodia gassosa, fonema che detta il ritmo, parola viva, testo e tessitura. Una lingua che il vento dispettoso della storia ha sempre e per sempre sparpagliato, di qua e di là.

Dunque non il mare, ma il vento che ne tormenta le onde. Un’energia, pulita e rinnovabile, che spinge in più direzioni le vele di Sandro Fresi rendendo dolce, nella sua musica, il peso specifico delle tradizioni che si porta dietro. La cantabilità racchiusa nei versi settecenteschi di Gavino Pes, il trastullo senza tempo di una nanna corsa, l’innodia legata alla polivocalità religiosa, il retaggio catalano di alcune zone della Sardegna nord-occidentale… Un mondo a sé sull’instabile saldatura tra Africa e mondo celtico, che vive e rivive nell’immaginifica certezza dell’arte popolare. Un pianeta che fatalmente attira gente come Fabrizio De André, un’anima che sempre il ventu – quel monsone stagionale che è la vita – ha portato fin qui, nei boschi odorosi che circondano Tempio Pausania, affinché potesse ricongiungersi con un’attitudine, una sensibilità, quel soffio antico che attraverso la musica di Sandro esprime il rifiuto di restare immobile nel tempo”.
Marco Boccitto

ISKELIU (1997)
front iskeliu
Prefazione di Fabrio De Andrè
DeAndre

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *